Abbiamo avuto la fortuna di vederla tutti i giorni sin da quando eravamo bambini, quella Certosa delle Grazie, famosa in tutto il mondo per la sua bellezza. 
Nel momento in cui decise di fondarla Gian Galeazzo Visconti era ormai al culmine della sua potenza. Aveva unificato i domini viscontei, all’epoca divisi tra i vari rami della famiglia, espanso i confini del suo stato inglobando parte del Piemonte e del Veneto, le potenti città toscane e la Repubblica di Genova; l’imperatore Venceslao, infine, gli aveva concesso il titolo di Duca, che avrebbe potuto trasmettere ai suoi eredi.

Era necessario, a questo punto, un simbolo che celebrasse il suo potere, un grande mausoleo capace di perpetuare in eterno la gloria di una dinastia che, grazie alla sua potenza e al suo acume politico, sognava di cingere la corona di re d’Italia. A queste motivazioni, di carattere politico, se ne aggiungono altre di natura più intima: il voto fatto dalla moglie Caterina di costruire un monastero, nel caso in cui, come poi accade, fosse riuscita a sopravvivere ad una difficile gravidanza.  

Così dunque nasce la Certosa di Pavia.  “Sotto il nome e il titolo della Grazia”, secondo le parole del suo fondatore. Gratiarum Carthusia, Certosa delle Grazie, come viene definita nei documenti antichi,  e come ancora ricorda la sigla GRA-CAR che insieme al sole munito di raggi, emblema della dinastia Visconteo – sforzesca, campeggia in diversi luoghi del complesso monastico.

Dal 27 agosto 1396, giorno in cui Gian Galeazzo, insieme ai tre figli, posò simbolicamente le prime pietre dell’edificio, si aprì una grandissima fabbrica, un imponente cantiere che, di fatto, rimase in piena attività per più di due secoli. La chiesa venne inaugurata nel 1497, con una sontuosa cerimonia a cui presero parte decine di migliaia di persone, ma i monaci certosini che si insediarono in quel luogo per volontà dei Visconti già al momento della sua fondazione continuarono ad abbellire il complesso fino al Settecento. Numerosi furono gli artisti che vi lavorarono: Bernardo da Venezia, i Solari, i Mantegazza, Ambrogio da Fossano detto il Bergognone, Daniele Crespi, Perugino sono solo alcuni degli autori che hanno legato il loro nome a quello del monastero; ed è grazie a loro, a molti altri artisti e allo stuolo di lavoratori e artigiani locali per la maggior parte rimasti anonimi, che la Certosa ha assunto l’aspetto che possiamo ammirare oggi.

"Una vita profonda è più importante della longevità."
- Avicenna -

Ma il Monumento, come viene chiamato da tutti coloro che risiedono nelle sue vicinanze per l’imponenza e lo splendore che lo contraddistinguono, fu concepito sin dalle sue origini anche come il centro di una serie di attività produttive. Lo testimonia tuttora la presenza di edifici adibiti a stalle e scuderie, nonché di un’azienda agricola, che sorge all’interno della cinta muraria, e che è ancor oggi in attività. I certosini, infatti, ricevettero da Gian Galeazzo e dai suoi discendenti numerose terre site attorno al monastero e, nel corso dei secoli, provvidero ad espandere il loro patrimonio fondiario che divenne uno dei più importanti ed estesi della regione. Dal punto di visto agricolo, l’apporto dei monaci è ben visibile nel perfezionamento e nella diffusione della coltura del riso in cui erano ritenuti dei veri maestri, tanto che, come narra una fonte del primo Ottocento, centinaia tra di fittavoli e coloni si recavano alla Certosa per pagare gli affitti e “ regolare i loro conti” con i Certosini, che nella seconda metà del Settecento “passavano […] per gli agricoltori più abili e saggi”.

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