Poesia di uno speziale. Farina di ceci nel ‘600

con la speranza di portarvi un pò di conforto, abbiamo deciso di pubblicare alcune ricette che abbiamo incontrato nella nostra ricerca. A metà tra cucina e poesia oggi pubblichiamo la ricetta contenuta nell’opera l’arte dello speziale di Francesco Sirena.

FARINA DI CECI

Volendo far questa farina, si faranno allargare i ceci sopra il pavimento di quella stanza, che nelle Città si fa sopra il forno dove si fa quocere il pane, et ivi si lascieranno, finchè rompendone uno con i denti, si spezzi facilmente, come fà un grano di formento senz’esser posto al sole o in stufa. E visto che si rompa con l’istessa facilità, si daranno a macinare al molino, e macinati, si farà passare la farina per il setaccio più denso, poi si riporrà.

 

amaro carthusia farina ceci

Certosa di Pavia. Il “nostro” Monumento, il “nostro” paese

Un piccolo borgo, Torre del Mangano, situato all’interno del Parco Visconteo, l’antico giardino di caccia e di delizie dei duchi di Milano, che grazie alla vicina Certosa di Pavia ebbe modo di crescere e prosperare. 

Questo rapporto è, in sintesi, il filo rosso che lega il luogo in cui siamo nati al grande mausoleo di Gian Galeazzo Visconti.  Narrando di  una visita alla Certosa  avvenuta nel 1586, Michel de Montaigne descrive il Monumento come “la corte d’un  grandissimo principe” per il numero di “gente, servitori, cavalli, cocchi, manovali e artigiani” che insieme ai monaci lo popolavano. La grande maggioranza di quelle persone erano, con ogni probabilità gli antichi abitanti di Torre del Mangano, che nel corso dei secoli furono impiegati fra le maestranze del grande cantiere o legati al monastero in qualità di coloni e fittavoli. Tanto era importante il legame con il Monumento che nel 1929, in seguito ad una riorganizzazione dei confini amministrativi,  il paese mutò il suo nome in Certosa di Pavia che ancora oggi le è proprio.

Attualmente Certosa si presenta come un Comune di quasi 5500 abitanti, suddivisi tra il “capoluogo” e le frazioni di Cascine Calderari, Torriano e Samperone. Sul suo territorio, attraversato dal Naviglio e dal Navigliaccio, sono presenti numerosi edifici storici, a cominciare dalle chiese parrocchiali, di impianto sei-settecentesco: alcune opere d’arte, soprattutto altari in esse conservate, erano in origine ubicate all’interno del Monumento, a testimonianza di una profonda osmosi, anche artistica, tra il complesso monastico e le zone circostanti. Alle chiese si aggiungono le dimore storiche, i castelli di Certosa e Torriano, e le cascine GRA-CAR e Fiamberta, oggi sede di agriturismi. Anche il passato industriale non è meno importante, come testimoniano l’imponente edificio dei Molini Certosa, centro attivo dal 1889 nella lavorazione di riso e cereali, e lo stabilimento Galbani noto per la produzione casearia di cui il formaggio Certosino costituisce l’esempio più noto in Italia e all’estero. Accanto a queste grandi realtà, infine, sorge un tessuto di piccole attività produttive, alberghiere e commerciali, alcune delle quali si tramandano di generazione in generazione.

Purtroppo quel rapporto con il Monumento che per secoli ha segnato la storia del nostro paese si è perso nel corso degli ultimi decenni. Tuttavia, tutti gli elementi di cui abbiamo parlato, conferiscono a quest’area un grande potenziale di sviluppo, in particolar modo sotto il profilo turistico: una risorsa senza dubbio straordinaria che potrebbe essere riattivata, a beneficio della collettività, attraverso il recupero di quell’antico legame tra la Certosa e il suo territorio.

Gian Galeazzo, la Certosa e i monaci

Abbiamo avuto la fortuna di vederla tutti  i giorni sin da quando eravamo bambini, quella Certosa delle Grazie, famosa in tutto il mondo per la sua bellezza.  Nel momento in cui decise di fondarla Gian Galeazzo Visconti era ormai al culmine della sua potenza. Aveva unificato i domini viscontei, all’epoca divisi tra i vari rami della famiglia, espanso i confini del suo stato inglobando parte del Piemonte e del Veneto, le potenti città toscane e la Repubblica di Genova; l’imperatore Venceslao, infine, gli aveva concesso il titolo di Duca, che avrebbe potuto trasmettere ai suoi eredi. Era necessario, a questo punto, un simbolo che celebrasse il suo potere, un grande mausoleo capace di perpetuare in eterno la gloria di una dinastia che, grazie alla sua potenza e al suo acume politico, sognava di cingere la corona di re d’Italia. A queste motivazioni, di carattere politico, se ne aggiungono altre di natura più intima: il voto fatto dalla moglie Caterina di costruire un monastero, nel caso in cui, come poi accade, fosse riuscita a sopravvivere ad una difficile gravidanza.  Così dunque nasce la Certosa di Pavia.  “Sotto il nome e il titolo della Grazia”, secondo le parole del suo fondatore. Gratiarum Carthusia, Certosa delle Grazie, come viene definita nei documenti antichi,  e come ancora ricorda la sigla GRA-CAR che insieme al sole munito di raggi, emblema della dinastia Visconteo – sforzesca, campeggia in diversi luoghi del complesso monastico.

Dal 27 agosto 1396,  giorno in cui Gian Galeazzo, insieme ai tre figli, posò simbolicamente le prime pietre dell’edificio, si aprì una grandissima fabbrica, un imponente cantiere che, di fatto, rimase in piena attività per più di due secoli. La chiesa venne inaugurata nel 1497, con una sontuosa cerimonia a cui presero parte decine di migliaia di persone,  ma i monaci certosini che si insediarono in quel luogo per volontà dei Visconti già al momento della sua fondazione continuarono ad abbellire il complesso fino al Settecento. Numerosi furono gli artisti che vi lavorarono: Bernardo da Venezia, i Solari, i Mantegazza, Ambrogio da Fossano detto il Bergognone, Daniele Crespi, Perugino sono solo alcuni degli autori che hanno legato il loro nome a quello del monastero; ed è grazie a loro, a molti altri artisti e allo stuolo di lavoratori e artigiani locali per la maggior parte rimasti anonimi,  che la Certosa ha assunto l’aspetto che possiamo ammirare oggi.

Ma il Monumento, come viene chiamato da tutti coloro che risiedono nelle sue vicinanze per l’imponenza e lo splendore che lo contraddistinguono,  fu concepito sin dalle sue origini anche come il centro di una serie di attività produttive. Lo testimonia tuttora la presenza di edifici adibiti a stalle e scuderie, nonché di un’azienda agricola, che sorge all’interno della cinta muraria, e che è ancor oggi in attività. I certosini, infatti, ricevettero da Gian Galeazzo e dai suoi discendenti numerose terre site attorno al monastero e, nel corso dei secoli, provvidero ad espandere il loro patrimonio fondiario che divenne uno dei più importanti ed estesi della regione. Dal punto di visto agricolo, l’apporto dei monaci è ben visibile nel perfezionamento e nella diffusione della coltura del riso in cui erano ritenuti dei veri maestri, tanto che, come narra una fonte del primo Ottocento, centinaia tra di fittavoli  e coloni si recavano alla Certosa per pagare gli affitti e “ regolare i loro conti” con i Certosini, che nella seconda metà del Settecento “passavano […] per gli agricoltori più abili e saggi”.

Add to cart